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  • Daniele Bergantin

La breve storia del delta dell'Adige

Le variazioni del corso dell’Adige negli ultimi 2000 anni, dalla pianura veronese e padovana al mare, con particolare riguardo alla foce


La coronella in scogliera alla foce dell'Adige e il primo pennello



Introduzione

La differenza tra foce a delta o estuario? Semplice, basta unire con una linea retta la costa a nord ed a sud della foce del fiume. Se si riscontra una sporgenza della terra verso il mare è un delta, il contrario invece stabilisce la foce ad estuario, caratteristica dei fiumi che sfociano nell’oceano.

Si possono osservare vari tipi di delta, ma riconducendo ad una analisi semplificata, possiamo riconoscerne tre tipi: cuspidato, lobato e digitato. Un bell’esempio di foce a delta del tipo cuspidato bialare è rappresentato dal fiume Tagliamento, in cui la cuspide triangolare presenta due ali asimmetriche, quella settentrionale concava dove trova sede la spiaggia friulana di Lignano e quella meridionale, convessa con la spiaggia veneta di Bibione. Altre foci a delta bialare sono quelle del Tevere e dell’Ombrone. Il Danubio e l’Ebro presentano una foce a delta del tipo lobato; mentre la foce del tipo digitato è quella del Mississippi. Il delta del Po è di tipo lobato con tendenza a digitato.

Nel presente articolo si prende in considerazione il delta dell’Adige, che si trovava all’estremità settentrionale del lido di Rosolina Mare. Secondo la classificazione geomorfologica, il lido che separa il mare Adriatico dalla laguna di Caleri è classificato “freccia litoranea”, in quanto si tratta di una penisola congiunta alla terraferma a nord.


L’Adige antico

Il nome dell’Adige antico è riportato in numerose fonti: Atesin secondo Livio, con Virgilio è Athesim per Strabone Atesz, in Plinio diventa Atesi , Venanzio Fortunato lo chiama Atesim, Athesis con Cassiodoro, Paolo Diacono lo appella Atesis. Nella Tabula Peutingerina l’idronimo è Afesia.

Le attuali conoscenze di tipo geomorfologico e storico sono concordi nella proposta di un corso atesino più a settentrione di quello attuale. Il fiume lambiva il margine meridionale dei Colli Euganei, secondo un tracciato che oggi è riproposto in parte dalla statale 10 che collega Montagnana – Saletto – Ospedaletto - Este – Monselice. Prosegue poi per Pernumia – San Pietro Viminario – Conselve - Arre. A Monselice il corso d’acqua passava tra il monte Ricco e la Rocca e confluiva nel mare Adriatico all’altezza della laguna veneta. L’idronimo attribuito al quel percorso fluviale è “Adige d’Este” detto Togisone e poi Viginzone, e secondo alcuni autori questo corso d’acqua è attivo già dall’età del bronzo.

Recentemente M. Calzolari (2008) ha preso in esame e confrontato le varie documentazioni antiche che riguardano il corso dell’Adige in età romana. Vibio Sequestre scrive che dopo il percorso in territorio veronese, il fiume confluisce nel Po. Nell’Eneide, Virgilio scrive che l’Adige gira intorno a Verona e si getta nel Po. Sidonio Apollinare in modo indiretto conferma che l’Adige sarebbe un affluente di sinistra del Po. Plinio il vecchio nella sua “Naturalis histoira” del I° secolo d.C., scrive che le acque dell’Adige confluiscono nel canale Filistina chiamato da altri Tartaro, assieme a quelle del Togisono del territorio padovano. Mettendo insieme anche le conoscenze paleoidrografiche, l’autore conclude che: “ in età romana l’Adige poteva essere considerato un confluente del Po in senso lato, in quanto si riversava tra Adria e Chioggia, in un ramificazione padana (la Filistina) del delta. Un ambiente singolare, ricco di bracci e canali che formavano un unico sistema di acque con le lagune fra Ravenna e Altino”.


L’Adige nella Tabula Peutingeriana del IV sec.

Bosio ed altri hanno individuato in Fl. Afesia il nome dell’Adige, sia per la rappresentazione sulla Tabula che mostra un percorso da nord fino a Verona, sia per la derivazione dalla radice At o Ath. Nella Tabula Peutingeriana, il fiume si porta a sfociare nel Padus, il cui apparato deltizio è schematicamente rappresentato con tre rami, quello più settentrionale è chiamato fluvius Brintesia, gli altri due molto più a sud in prossimità di Ravenna, sono senza nome. Secondo Bosio ed altri, l’idronimo Brintesia richiama il portus Brundulum, citato da Plinio e la foce dell’Adige in epoca romana.

Dato che nella rappresentazione della Tabula non compare la parte terminale dell’Adige, si può ipotizzare che il ramo più settentrionale del Po individuato da Castiglioni, che mostrava il percorso Rovigo - Sarzano – Agna – Cona, poteva incontrarsi con le acque dell’Adige prima della foce nella località Brondolo. Si verrebbe così a spiegare la mancata rappresentazione della foce propria dell’Adige.


L’Adige medievale

Molti autori sono concordi nel sostenere che il corso dell’Adige subì una brusca deviazione verso sud nel 589 d.C., in seguito alla rotta della Cucca avvenuta tra Veronella - Albaredo d’Adige - Bonavigo. Al riguardo viene citato Paolo Diacono (787), il quale nella sua “Historia Longobardorum” parla genericamente di un periodo con prolungate piogge e disastrose alluvioni, ma l’autore non riporta di alcuna rotta dell’Adige. La prima volta che si trova citata la rotta della “Cucha” è nel “Libro delle historie ferraresi”, scritto dal Sardi nel 1556, circa 1000 anni dopo l’evento. Sempre nel XVI secolo ritroviamo la rotta in “Historia dell’origine ed antichità di Rovigo” del 1582, ad opera del Nicolio e nel 1591 ne scrive il Bonifaccio nella “Historia trevigiana” (da Zaffanella).

La maggior parte degli studiosi è propensa a ritenere che con la rotta del Pizzon, avvenuta a Badia Polesine nel X sec. d.C., si originò un ramo secondario dell’Adige chiamato Adigetto. Secondo Peretto, la presenza lungo il suo corso di centri come Badia, Salvaterra, Lendinara, Rovigo, Villadose, che mostrano insediamenti di età romana, confermerebbero invece una maggiore antichità dell’Adigetto.


La foce dell’Adige negli ultimi secoli

Nella carta di Ottavio Fabbri del 1599, nei pressi di porto Fossone, il tratto terminale dell’Adige veniva intercettato dalle terminazioni del Po di Tramontana. Con il taglio di Porto Viro del 1604 venne attuata la deviazione del Po delle Fornaci verso sud-est nella sacca di Goro. La successiva intestatura del Po di Tramontana avvenuta nel 1612, liberò l’Adige dalle intercettazioni padane e gli permise di assumere una foce propria.

Circa un secolo dopo, nella carta del Clarici (1721) ed in quella dell’Astolfi (1733), il tratto terminale del fiume mostra una foce apparente ad estuario.

Nel primo decennio del 1800, l’Adige presentava una foce con isolotti e banchi sabbiosi che producevano lo sviluppo di varie piccole ramificazioni disposte a ventaglio. Lo possiamo osservare nella Topografia del Polesine di Rovigo degli autori Marchetti Milanovich (1786) ed anche nella Kriegskarte di Von Zach del 1798, dove la foce dell’Adige è prossima a quella del Brenta.

Possiamo individuare per la prima volta il configurarsi della foce a delta dell’Adige nelle seguenti rappresentazioni cartografiche: la carta militare austriaca del 1814 e la carta topografica del Regno Lombardo Veneto del 1833. Entrambe le carte mostrano la presenza di una cuspide con un’ala meridionale divisa da un canale con percorso NNE-SSW. Lo sbocco in mare è costituito da due bocche principali: quella rivolta a NNE è molto prossima alla foce del Brenta, la seconda esce ad est.

Nel 1860 gli isolotti ed i banchi sabbiosi si sono uniti alla terraferma, portando ad un incremento della parte destra della cuspide deltizia; nel frattempo inizia a configurarsi l’isola del Bacucco.

Nella carta del 1871 si vede formata anche l’ala settentrionale del delta cuspidato dell’Adige.

Dal 1892 la foce dell’Adige è biforcuta per la presenza dell’isola di Bacucco: il ramo principale esce a nord-est, mentre quello rivolto a nord si unisce al tratto terminale del Brenta, denominato Brenta vecchio. Il nuovo taglio del Brenta, terminato nel 1896, porterà il fiume a sfociare più a nord di circa 1.250 metri rispetto al corso del Brenta vecchio, che verrà abbandonato. Nel 1897 la foce dell’Adige mostra un’ala destra allungata a nord-est, mentre in sinistra è presente l’isola del Bacucco.


Le variazioni della foce nel corso del XX secolo

Nel 1908 l’Adige presentava ancora le due ramificazioni di fine 1800 separate dall’isola del Bacucco, che nel frattempo si era ingrandita e sviluppata fino a raggiungere la nuova foce settentrionale del Brenta. Il progressivo sviluppo territoriale dell’isola del Bacucco portò alla chiusura del ramo settentrionale, come si può osservare nella rappresentazione cartografica del 1918. Di conseguenza, la foce principale rimasta si potenzia e si divide successivamente in due bocche, portando un nuovo sbocco verso sud.

La tavoletta IGM del 1931 mostra di nuovo due rami di sbocco a mare, uno rivolto a nord-est ed un secondo più ampio, posto dapprima ad est e poi esce a sud. Nella rappresentazione topografica si vedono le due ramificazioni divise da un’isola di forma triangolare, mentre l’ex isola del Bacucco è praticamente unita all’entroterra.

Nel 1944 la precedente isola triangolare è unita al litorale a costituire l’ala destra della cuspide deltizia. In seguito alla scomparsa dello sbocco meridionale, il fiume esce con un unico ramo a nord-est. Condizione confermata anche nelle successive carta del Magistrato alla Acque con il rilievo datato 1956 e la tavoletta IGM con i rilievi del 1962-1963.

A partire dagli anni ’60 disponiamo delle misurazioni alla foce compiute dall’Un. PD negli anni 1962 – 1985, riportate nel Quaderno n. 6:

  • 1962 – 1968: L’apice destro della cuspide deltizia progredisce verso NE di circa 70 metri.

  • 1968 – 1973: L’apice destro della cuspide deltizia inverte la sua tendenza evolutiva ed arretra di circa 100 metri.

  • 1973 – 1976: L’apice del lobo deltizio arretra ulteriormente di 70 metri.

  • 1976 – 1979: Prosegue il ritiro del lobo deltizio di altri 60 metri.

  • 1979 – 1983: Continua il ritiro dell’apice deltizio per circa 100 metri.

  • 1983 – 1985: L’ex apice del lobo deltizio recupera la posizione del 1979.

Il rapporto conclude affermando che tra il 1962 e il 1985: “Il lobo destro della cuspide delizia ha subito una troncatura netta di circa 150 metri”.

Negli anni ’70 si verifica un fatto fondamentale per la successiva evoluzione della foce dell’Adige, in quanto si apre un secondo sbocco a mare, a sud della bocca principale, trasformando il lobo deltizio in isola. Secondo A. Girardi e M. Zunica: “La rotta pur essendo il previsto epilogo del locale quadro evolutivo (C.N.R., 1976; p.23) è stata favorita da un taglio artificiale in corrispondenza al massimo restringimento della sottile lingua di terra che separava l’Adige dal mare, al fine di ridurre il percorso che le piccole imbarcazioni avrebbero dovuto compiere per recarsi dal fiume al mare”.

Nella carta del Magistrato Acque del 1972 appare una sottile linea rettilinea azzurra che testimonia la presenza di questo taglio. Di questa apertura abbiamo anche la testimonianza in una foto del 1980, presente nella pubblicazione dell’Istituto di Geografia Un. Pd. (1986), che riporta la seguente didascalia: “Nel novembre 1976 un sottile istmo separa ancora il mare dall’Adige”.

La successiva C.T.R. carta tecnica regionale che riporta il rilievo del 1978, mostra ancora l’ala destra dell’Adige, ma molto più assottigliata e proprio nella minima sezione è visibile il taglio artificiale. Nella successiva carta del Magistrato Acque con rilievo aggiornato al 1982, vediamo che l’Adige esce direttamente in mare attraverso la nuova apertura innescata dal taglio artificiale, situata 800 metri a sud della foce principale. Il lobo deltizio si è via via assottigliato fino a diventare un’isola delle dimensioni pari a 1/3 della superficie del 1972.


Gli interventi di protezione della spiaggia

Il primo tentativo di protezione del litorale nord risale all’inizio degli anni ’70, ed è opera del concessionario del Villaggio Turistico Rosapineta Nord, il quale provvede alla posa in opera di tre pennelli, dei quali il centrale mostra una discreta dimensione ed è curiosamente denominato “diga delle Marmotte” in Google Maps e Google Earth. Il pennello principale diventerà nei due decenni successivi il punto di flesso settentrionale fra arretramento e avanzamento del litorale (Un. PD quaderno 6).

Nei primi anni ’80 il Genio Civile di Rovigo Ufficio Opere Marittime della Regione del Veneto è intervenuto nel settore settentrionale del lido, con la messa in opera di 4 pennelli trasversali posizionati a nord della vecchia terna del 1970. La funzione di tali opere è quella di smorzare l’energia delle onde e di conseguenza diminuire l’erosione del moto ondoso lungo il litorale, nonché favorire il deposito del materiale sabbioso. I pennelli inducono un’espansione della spiaggia posta sopraflutto e inducono un fenomeno erosivo sottoflutto. A causa di questo loro effetto domino si rende necessaria l’applicazione di una serie di pennelli per proteggere una spiaggia con il cosiddetto sistema a pennelli”. In sostanza si viene a creare un profilo dentellato che caratterizza tutta la parte interessata dalle opere di protezione del litorale.

Nello stesso periodo si interviene per ripristinare il tratto finale, ostruendo la nuova foce dell’Adige mediante la realizzazione di una coronella in scogliera di separazione mare-fiume, che collega l’estrema punta del lido a sud con la parte rimasta isolata dell’ala destra a nord. Tale manufatto, che in origine aveva una lunghezza di circa 260 metri, si è dimostrato instabile ed ha necessitato di più ricariche di materiale lapideo, come è avvenuto nel settembre 1985 (Un. PD, quaderno n.6). Da allora la parte terminale dell’Adige ritorna quindi all’unica foce settentrionale.

Nei primi anni ’90, dopo una grande mareggiata, la vecchia discarica di rifiuti urbani ubicata nei pressi della foce, rischiava di venire raggiunta dall’erosione. L’intervento di protezione si attuò con la messa in opera di una scogliera di massi calcarei, che si sviluppava longitudinalmente per circa 150 metri. Successivamente, tra gli ultimi anni del ’90 e il 2000, il Genio Civile di Rovigo realizzò un prolungamento ulteriore per un tratto di 330 metri, mediante una robusta scogliera calcarea con sommità orizzontale e lavorazione a specchio verso il mare, che ha dimostrato nel tempo una discreta solidità.


La situazione dal 2000 ad oggi

Presso la foce dell’Adige, dai primi anni del 2000 fino al 2010, si provvedeva annualmente alla messa in opera di palancole cosiddette stagionali, in quanto venivano infisse nel mese di marzo e poi tolte in autunno, al termine della stagione balneare. Le palancole metalliche si sviluppavano in mare per una lunghezza di circa 500 metri, portando il carico idrico a disperdersi lontano dalla costa. Il motivo dell’operazione risiedeva nel voler allontanare dalle spiagge il carico di sostanze chimiche e batteriologiche disciolte nell’acqua che proveniva dagli scarichi industriali e urbani posti a monte. In seguito tale intervento venne giudicato inadeguato e sospeso.

Uno studio del 1993 sulla funzionalità della coronella in scogliera, ha appurato che le acque dolci superficiali dell’Adige scorrono con maggiore velocità nella sezione in destra e pertanto filtrano attraverso i massi calcarei della coronella, portando in mare l’eventuale carico inquinante trasportato dal fiume.

Attualmente alla foce dell’Adige, sia in destra che in sinistra si trova un prolungamento dapprima costituito da una massicciata calcarea lunga 100 metri, che poi prosegue con palancole metalliche in parte sommerse. Il prolungamento dell’Adige in mare è stato di 540 metri nella parte settentrionale e di 170 in quella meridionale. Ricorrendo a Google Earth, possiamo misurare nel lato nord una palancolata affiorante lunga 130 metri, mentre nella parte sud le palancole si vedono discontinue e limitate ad una lunghezza di 100 metri.

Dal 2007 la Regione Veneto provvede nel periodo primaverile al ripascimento artificiale del litorale nord, tramite prelievo di sabbia alla foce dell’Adige. L’operazione viene eseguita con l’ausilio di una draga con tubo aspirante, collegato ad una derivazione che distribuisce la sabbia prelevata in vari punti del litorale eroso. In misura minore, il prelievo della sabbia ha interessato anche la bocca di Porto Caleri, con trasporto della sabbia mediante imbarcazione. Si tratta di un intervento stagionale e non definitivo, in quanto la quantità di sabbia mossa e depositata è ritenuta sufficiente per la fruizione turistica estiva, ma non adatta a garantire una stabilità nel tempo della spiaggia. Lo spazio sabbioso ripristinato peraltro, risulta essere molto ridotto rispetto all’estensione della spiaggia presente negli anni 1960 – 1970, periodo in cui erano sorti il villaggio turistico Rosapineta Nord ed il campeggio Margherita.

A partire dal 2008, la protezione della spiaggia che si sviluppa nel tratto del villaggio turistico Rosapineta Nord è stata affidata alla messa in opera di grandi sacchi sintetici di colore nero, riempiti di sabbia. Le tempeste autunno-invernali con il vento di Bora e lo Scirocco, ogni anno provocano una consistente erosione con messa a nudo dei grandi sacchi neri posti a protezione del litorale. Dopo le mareggiate invernali i sacchi vengono tagliati e aperti consentendo al materiale sabbioso di distribuirsi sulla spiaggia.

Nel frattempo, lungo la coronella in scogliera si sono avute fasi alterne di deposito ed erosione. In seguito alla scomparsa dell’isola che si trovava tra la coronella del 1983 e la parte terminale della foce, attualmente abbiamo uno sviluppo pari a circa 900 metri di scogliera di separazione fiume-mare.

Alla data odierna i pennelli a protezione del litorale, posizionati trasversalmente alla linea di riva sono in numero di sette. Quattro a nord e tre a sud di quello principale della vecchia terna (diga delle Marmotte). L’ultimo pennello si viene a collocare circa 100 metri a nord dalla della piscina Europa, ormai in prossimità della parte centrale del lido con fruizione turistica.


Conclusioni

L’analisi della documentazione cartografica relativa agli ultimi 500 anni ci ha fatto vedere che l’Adige ha avuto una foce bialare asimmetrica per un periodo di 180 anni, dal 1800 al 1980. Le particolari condizioni che hanno portato a questo tipo di foce, peraltro abbastanza naturale per un fiume di tale portata e lunghezza, si sono realizzate dopo il taglio di Porto Viro del 1604. In precedenza la foce atesina veniva captata dalle ramificazioni più settentrionali del Po delle Fornaci.

Nel corso del 1700 e 1800 la foce dell’Adige si viene a trovare in prossimità della parte terminale del Brenta, con cui interagì e iniziò la fase della costruzione del suo delta bialare. La cuspide atesina mostrava una asimmetria, avendo sviluppato un’ala meridionale decisamente maggiore di quella posta a nord.

Varie azioni sia naturali sia antropiche, a partire dalla fine del 1960 hanno determinato non solo la scomparsa della cuspide deltizia, ma anche una erosione della parte settentrionale della spiaggia del lido di Rosolina Mare.

I fattori che hanno portato alla riduzione e poi alla scomparsa del delta dell’Adige sono i seguenti:

  • La diminuzione della portata liquida e del trasporto solido, come conseguenza della costruzione di dighe a monte per invasi a scopo idroelettrico e di irrigazione.

  • La subsidenza antropica, dovuta sia alle estrazioni di gas in Adriatico, sia quella delle acque metanifere nel delta del Po degli anni 1938 – 1961.

  • La subsidenza naturale dei sedimenti quaternari che costituiscono i fondali e le spiagge della costa adriatica.

  • L’innalzamento del livello del mare dovuto al cambiamento climatico.

  • Il taglio artificiale sull’ala destra della cuspide deltizia.

Gli interventi di protezione del litorale settentrionale del lido di Rosolina Mare, hanno rallentato l’erosione del litorale, ma si registra annualmente un arretramento della spiaggia, che sta in parte propagandosi verso la parte centrale del lido. E’ stato riconosciuto che i manufatti realizzati, creano interferenza con la naturale flessibilità della foce e interferiscono con il comportamento sedimentologico del trasporto lungo il litorale.

Alcuni tratti della zona settentrionale presentano una situazione di spiaggia totalmente compromessa, senza presenza di sabbia, ma con scogliera di massi calcarei. Ciò ha determinato un nuovo scenario, che consente una visione del mare Adriatico da una posizione sopraelevata di alcuni metri e rivela una prospettiva inaspettata.

Da circa un anno è in atto una cooperazione tra la Regione Veneto e Unionmare che riguarda la salvaguardia della costa adriatica. In seguito ad un primo incontro con una ditta olandese leader nello studio delle opere di ingegneria idraulica e difesa della costa, è stato avviato uno studio pilota per proteggere tutto il litorale veneto. Il primo comunicato ufficiale indirizza all’abbandono delle pratiche utilizzate finora come il ripascimento ed i pennelli, per passare ad un progetto a lungo termine. A seguire, nell’ottobre 2022 è stato presentato un Protocollo d’intesa per lo studio di fattibilità, in accordo con la Conferenza dei Sindaci del litorale veneto e con la Camera di Commercio di Venezia e Rovigo.



Il disegno del delta triangolare



Alcune tipologie di delta



L'ala destra della cuspide deltizia dell'Adige rappresentata nella carta del Magistrato Acque Venezia relativa al rilievo dell'anno 1956



I grandi sacchi neri a protezione delle strutture del villaggio turistico



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